E’ finita l’era della “spietatezza” in Calabria?

È tornato in Calabria il programma televisivo di Alessandro Borghese che mette a confronto quattro ristoranti e ne seleziona il migliore, attraverso il voto dei ristoratori e quello aggiuntivo del conduttore.
Una precedente puntata ambienta nella nostra regione qualche anno fa, ha mostrato in modo plastico una realtà calabrese lacerata. Il filo conduttore fu il “tutti contro tutti”, accompagnato dalla rabbiosa volontà di non riconoscere mai i meriti altrui. Tra i partecipanti emerse la tendenza a demonizzare l’avversario, trasformandolo in un nemico brutto, cattivo, incapace e persino stupido. Lo stesso Borghese, visibilmente imbarazzato e quasi intimorito da tanta ostilità, fu costretto a sottolinearlo a fine trasmissione. Non solo per i voti assegnati, ma soprattutto per i commenti andati in onda. Facile immaginare che quelli rimasti fuori fossero persino peggiori. L’aggettivo scelto dal conduttore per definire il comportamento dei calabresi fu micidiale: “spietati” , si lasciò sfuggire.
Il modo di agire dei ristoratori riflette, in gran parte, quello della società calabrese e delle sue classi dirigenti: politiche, imprenditoriali, culturali e professionali. È uno dei nodi che condannano la regione all’immobilismo, alla marginalità e al sottosviluppo. Perché il resto del Paese dovrebbe avere fiducia nei calabresi se i calabresi per primi non ne hanno tra loro?
In Calabria manca una vera cultura dell’integrazione. Non si costruiscono reti tra soggetti che potrebbero dare una spinta positiva; quando accade, è l’eccezione, non la regola. L’individualismo esasperato alimenta un egoismo che crea barriere e divisioni, impedendo la circolazione di conoscenze ed esperienze. La presunzione più diffusa riecheggia in frasi come: “Ma chi è quello? Non sa niente, non conta niente, non capisce niente…”
La trasmissione di Borghese mi riportè alla mente un episodio del 1982 (oltre quarnat’anni addietro) che avevo rimosso. All’epoca ero studente a Messina e vivevo una vita universitaria intensa, anche sul piano politico e culturale. Un importante esponente politico volle conoscermi e, durante un incontro privato, si lasciò andare a una riflessione sulla Calabria: “I calabresi che vengono a trovarmi – mi disse – prima di spiegarmi perché mi cercano, sentono il bisogno di esaltare le loro qualità eccelse, sempre a loro dire incomprese. Poi descrivono gli altri come imbecilli e corrotti da allontanare. E naturalmente offrono, con cattiveria e cinismo, la loro disponibilità a sostituirli”
Ancora oggi, in Calabria, i rapporti che non portano vantaggi immediati vengono vissuti con cattiveria. Si lotta con ferocia per affermare le proprie capacità, annullando quelle degli altri. Da qui nasce l’impoverimento di una società che avrebbe bisogno di crescere insieme. Calabria e calabresi sembrano ignorare che solo lo sviluppo complessivo, aperto a tutti, genera opportunità per ciascuno. Abbiamo bisogno di tanti ristoranti buoni, perché una rete gastronomica ampia fa crescere la domanda. Vale per la ristorazione, ma soprattutto per tutti gli altri settori e attività necessarie alla Calabria. Prima lo capiremo, meno ci faremo male da soli. Ora attendiamo di vedere la nuova trasmissione per capire se qualcosa è cambiato. Speriamo che tutta – o almeno buona parte – della “spietatezza” sia stata eliminata dalle nostre cucine, per cancellarla poi dalla società calabrese.
Demetrio Battaglia



