Conte e il rischio cespuglio: il PD tra ambizioni e sopravvivenza.

L’avvocato con 5 Stelle, Peppino Conte, non vuole fare il cespuglio del PD. L’ambizione è legittima, ma il problema è che quella dell’avvocato è anche smisurata. I numeri non sono dalla sua parte, ma questo per lui è un dettaglio. Il PD e il suo capo sottovalutano la capacità di manovra che rasenta la spregiudicatezza politica di Conte e, anzi, spesso la supera.
Il suo sogno sarebbe una legge elettorale proporzionale pura, così da potersi muovere nell’intero arco dei partiti. I precedenti lo testimoniano: nello spazio di un anno, prima Presidente del Consiglio con in mano i decreti sicurezza di Salvini e subito dopo foto di gruppo con i nemici di quei decreti.
La Meloni è disponibile a regalargli un confronto politico nella kermesse annuale di Fratelli d’Italia, per fare un dispetto alla Schlein, ma non la legge elettorale. Proporzionale sì, ma con premio di maggioranza. Questo sbarramento impone a Conte di giocarsi le sue carte nell’alleanza con il PD, ma senza fare il cespuglio.
Qui iniziano i problemi dei democratici: l’avvocato prima vuole fare il suo programma, poi confrontarlo per verificarne la compatibilità con quello dei piddini, poi vuole fare le primarie e, infine, l’alleanza. Un giochino semplice ma efficace, avendo come interlocutore un PD attendista che immagina di risolvere il problema sulla lunga distanza e che alla fine sarà costretto ad andare ai gazebo per farsi scegliere un leader dai cittadini, molti dei quali saranno scrutatori non votanti. Gente, cioè, che andrà a votare alle primarie, con il chiaro intento di “inquinarle” come già successo in qualche occasione, ma non sarà presente alle secondarie, o peggio persone che parteciperanno sì alle primarie ma per votare poi centrodestra.
In sostanza, i democratici si dovranno fare carico dell’organizzazione di un evento, perché il partito dell’avvocato non è radicato sui territori, con l’enorme rischio di un boomerang che potrebbe mettere in discussione l’esistenza in vita dello stesso. Non bisogna essere profeti per prevedere che un’eventuale vittoria di Conte avrà un effetto trascinamento sul suo partito a danno del PD, a prescindere dal risultato finale.
Ecco il vero obiettivo di Conte: far diventare i democratici un suo cespuglio, sia se vince sia se perde. Naturalmente, una classe dirigente adulta non può farsi imbrigliare dalle tattiche legittime dell’ex Presidente del Consiglio. Il PD deve immediatamente reagire e mettere le carte in tavola in maniera netta: discussione immediata del programma e condivisione di un progetto per l’Italia chiarissimo, senza ombre, ambiguità e sotto-semafori. Leadership affidata al partito che raccoglie più consensi e, ove gli elettori stabilissero che tale partito sia il PD, scelta dell’attuale segretaria come premier.
Va da sé che una scelta lineare di questo tipo potrebbe mandare all’aria i tanti posizionamenti interni che caratterizzano questo partito e un certo istinto naturale che emerge ciclicamente di arrostire a fuoco lento i segretari. Forse tanti democratici pensano che la Schlein non sia idonea a fare il Presidente del Consiglio. Bene, se questa è la loro idea, hanno il dovere di dichiararlo e chiedere un congresso immediatamente per chiarire una volta per tutte se questo partito merita di vivere, di sopravvivere o di sparire.
Certo, la segretaria democratica, che io non ho votato non avendo partecipato alle primarie, difettando entrambi gli sfidanti del quid di berlusconiana memoria, deve anche decidere cosa fare da grande. Ci sono momenti nella politica nei quali la leadership si esercita concretamente, senza tentare di imbottigliare le nuvole come a volte sembra fare la segretaria con tanti passaporti.
Demetrio Battaglia



