COME I LADRI DI PISA: IN UCRAINA VINCONO TRUMP E PUTIN CHE LITIGANO DI GIORNO E INSIEME RUBANO DI NOTTE
La guerra scatenata dall’invasione russa dell’Ucraina sembra avviarsi alla conclusione. Secondo questa lettura, i veri sconfitti non sarebbero soltanto gli ucraini, ma anche l’Europa, incapace di difendere sé stessa come comunità politica. I vincitori, invece, emergerebbero nella figura di Vladimir Putin—che otterrebbe il controllo delle regioni orientali dell’Ucraina—e nella figura di Donald Trump, il cui ritorno alla scena internazionale è percepito da alcuni come un tradimento dell’idea stessa di solidarietà occidentale, utile però agli interessi economici statunitensi nella futura ricostruzione finanziata principalmente dall’Europa.
La sconfitta dell’Ucraina, oltre che alla superiorità militare russa e al ritiro statunitense dalla piena cooperazione occidentale, sarebbe stata resa possibile anche dall’azione delle quinte colonne politiche interne all’Europa: movimenti e governi che, per calcolo o per fascinazione ideologica, avrebbero guardato più a Mosca che al destino del continente.
Paghiamo così, ancora una volta, l’antica miopia europea. Già De Gasperi, Adenauer e Schuman—i principali architetti del progetto europeo—invocavano con urgenza, quasi con disperazione, la creazione di una comunità europea di difesa. Sapevano che senza una forza armata comune, l’Europa sarebbe rimasta un mosaico di Stati vulnerabili, non molto diversa dagli staterelli ottocenteschi prima dell’unificazione italiana o tedesca: frammentati, deboli, incapaci di incidere sullo scenario globale. Oggi la storia sembra ripetersi.
Putin, secondo questa interpretazione, ha raggiunto obiettivi strategici di grande portata: consolidare il controllo su parte dell’Ucraina, proiettare la sua influenza fino alle porte della Polonia, intimidire gli Stati confinanti e compromettere in modo significativo l’aspirazione ucraina alla Nato. In questo quadro, l’Alleanza Atlantica appare logorata, e il rischio di un suo indebolimento ulteriore o di un disimpegno americano sotto una leadership trumpiana viene considerato un pericolo concreto.
Il risultato prospettato è un’Europa marginalizzata sul piano economico, finanziario e politico, avviata verso un declino che ricorda la fragilità dei piccoli Stati europei del XIX secolo prima dell’arrivo dei grandi processi di unificazione. Una condizione favorita, secondo questa visione, non solo dalle pressioni esterne, ma anche dalla presenza interna di forze politiche nostalgiche di modelli autoritari del passato, giudicate come vere e proprie traditrici dell’idea europea.
Domenico Francesco Richichi



